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Flavia Piccinni
Andrea Tullio Canobbio
Daniele Vaira
Annarita Briganti
Maria Grazia Maffucci
Stann
Laura Amisano
Sergio Bortolin

c'è un mio racconto in questa antologia edita da Giulio Perrone Editore

la casa editrice con cui lavoro come edit'or di narrativa italiana

la casa editrice con cui pubblico come scritt'ore di romanzi

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mercoledì, 14 maggio 2008
Compleanno torinese
Era emigrato da Caltanissetta a Torino nel 1958, a vent’anni. Quello che i ragazzi vedono nei filmati in bianco e nero lui l’aveva vissuto a colori. E non era stato un film, ma un giorno dopo l’altro tra il lavoro e il tentativo di mantenere la propria dignità, tra le prime diecimila lire messe da parte e la fatica del cottimo, tra la moglie e i figli e quella sensazione costante di essere comunque vivo. Forse c’erano state tante cinquecento bianche che erano passate per via Roma. E più tardi alcune milletre nere lungo corso Vittorio Emanuele. Bianconera la sua Juve, certo. Ma erano state rosse le bandiere delle lotte sindacali. Gialle le mimose al Valentino. Verde l’acqua del Po a guardarla dai Murazzi. Non era più tornato in Sicilia. Prima i figli che non volevano. Poi la malattia di sua moglie. Era arrivata la pensione. Era rimasto solo.
Oggi, 14 maggio, compie settant’anni. Sotto i portici in Piazza Castello è un turbinio di colori, il sole splende, il cielo è azzurro. Non sorride quando si accorge che per lui tutto è in bianco e nero. Davanti a Palazzo Madama si sente in un film dove i titoli di coda sono già passati: nella sala se ne sono andati anche i più appassionati che per uscire aspettano fino all’ultimo. Si accende una sigaretta, fa pochi passi, arriva in via Po. Ci sono tre ragazzi che ridono e parlano, devono essere universitari. Lei ha un piercing piccolo al naso e una extension fucsia. Gli altri due sono maschi: uno con i capelli biondi e lo zaino, l’altro è un negro che parla l’italiano meglio di lui. Si avvicina. I tre ragazzi lo guardano. Lui abbassa la testa, la rialza, allarga le braccia. Rimane per un po’ così, poi piegando la testa di lato spegne la sigaretta, guarda il porfido della strada. Dice: “Per favore, vorrei indietro i miei giocattoli”.
postato da RobertoTossani, 09:46 | link | commenti (12) | robe letterarie
giovedì, 08 maggio 2008
Ancora frasi dal mio diario privato scritto a mano
1 giugno 1988
La sinistra italiana è buffa.
I socialisti sono democristiani nell’ambito dell’Internazionale.
I comunisti sono socialdemocratici non riconosciuti né da sé, né da altri.
I demoproletari hanno dogmi da ciellini.
28 luglio 1988
Se fossi uno scrittore affermato scriverei un libro folle, ma poiché sono sconosciuto cerco compromessi tra forma, struttura, linguaggio e contenuto.
Il che è idiota.
2 gennaio 1989
E' improbabile riuscire a vivere senza “droghe”, cioè senza qualcosa che destabilizzi il proprio essere nel mondo, senza un vizio che scarichi a terra la gravità della vita.
Convincetevi: vivere è strettamente collegato con “droghe” che rendono meno percettibile la presenza del dolore, la consapevolezza dello stare, la sopportazione di sé.
23 febbraio 1989
Oggi mi sono laureato in filosofia con 110 su 110.
Oggi, dopo 4 mesi, è tornato a piovere.
31 marzo 1989
Non c’è femminile che non sia stato, un tempo, un tempo qualsiasi, anche solo per un attimo, maschile.
E viceversa.
17 maggio 1989
Il linguaggio non è verità: non ha limiti.
Perché chi vive deve morire, ma la morte è falsa.
Non ha limiti.
postato da RobertoTossani, 16:13 | link | commenti (19) | formazione continua
martedì, 06 maggio 2008
Quattro flessioni riflesse in una pozza d'aria
Gold ha assunto ormai le fattezze di un vitellino. Splitta le sue cacche sul prato occupando per ognuna di esse un metro quadro circa. Gli escrementi che evito durante il giorno sono più subdoli: a volte neanche si riconoscono e rischio che il mio cervello sia sommerso da badilate di stronzi. Raccogliamo con diligenza le sue portaerei di merda infilandole in sacchetti biologici che poi vanno conferiti nell’umido.
Nell’umido conferirei alcune mie frasi che ho detto nell’arco di questi anni. Quelle espulse dal mio corpo in momenti di rabbia, parole cattive vomitate soltanto per ferire. Spesso sono righe di sangue che vengono dimenticate. Non da me: io le ricordo tutte. Sono i confini entro i quali si dibatte la mia voglia di male, i limiti con cui devo fare i conti vivendo la mia vita quotidiana, il lato oscuro che io conosco, la mia potenzialità di annientare gli altri per salvarmi.
Salvarsi dai programmi dedicati alla politica in tivù è affare serio. Li evito come la peste, ma i monatti dell’informazione imperversano nello schermo, suonando i loro campanellini del cazzo. Mi piace il giornalismo d’inchiesta, non i ratti che contagiano di bubboni gli inutili e controproducenti talk show dei politici e opinionisti: pulci che si mangiano addosso di parole come bacilli senza proprietà di pensiero.
Penso spesso al sesso, benché nella vita di tutti i giorni me ne tenga doverosamente alla larga. Ho raggiunto l’intima convinzione che l’attività sessuale sia identica a quella sportiva: se non sei allenato fa un male boia. Blog e chat nascono per altri scopi, ma vanno a finire spesso lì. Lì io non ci sto più. Cammino per la rete come un casto eunuco che al posto della voce bianca arrota la erre. Il sesso è una parte trascendentale che di universale ha la non conoscenza della conoscenza di un dio, che non ha trombato mai.
postato da RobertoTossani, 09:12 | link | commenti (16) | flessioni e riflessioni
venerdì, 02 maggio 2008
Festa dei lavoratori duemilaotto
Ieri era un giornata con un po’ di sole e qualche nuvola. Il sole bastava a mettere sulla faccia un piccolo sorriso, e a stringere il pugno (e a levarlo in alto: tanto da fare un silenzioso 1° maggio). Bastava anche per aprire tutti i fiori di Carmen davanti alla stalla-garage (quella che un giorno, se tutto va bene, diventerà dependance-taverna-fuoridaicoglioniperunpo’).
Così abbiamo deciso di andare a fare una camminata. Pensavamo di stare via un’ora e mezza, passi tranquilli per strade e viottoli su e giù per le colline di Valdobbiadene. Mettiamo il guinzaglio a Gold per portarlo con noi. Lui ha già imparato e appena lo vede va fuori di testa dalla gioia. Non sa ancora che cosa lo aspetti.
Si va, Ilaria Carmen ed io (e Gold felice, che tira come un ossesso). Si passa per Villanova. Si va verso Saccol stracolma di Cartizze. Poi Carmen ha una brillante idea. “Andiamo per Campion?”. Andiamo pure. Gold tira ancora. Si cammina, si parla, si ride, si scherza. Passa gara di ciclisti amatoriali, scambiamo battute divertenti con loro. La strada va su e giù per le colline. Dopo quasi due ore siamo a San Giovanni. Gold ha smesso di tirare già da un po’, è stanco (e non sa che manca quasi un’ora all’arrivo a casa). Subito dopo Bigolino, per evitare lo stradone pieno di auto, decidiamo di andare verso il Piave e da lì tornare per sentieri. Solo che ha piovuto tanto e i sentieri sono fango e pozzanghere. Gold si inzacchera, beve dove può, quando giungiamo a un prato grande con erba alta si molla di colpo, si sdraia e si rifiuta di andare avanti. Lo convinciamo (con le cattive). Finalmente dopo due ore e tre quarti di camminata arriviamo. Gold abbaia felice, ce l’abbiamo fatta: siamo a casa.
Il pomeriggio passa tranquillo. Riposo, consultazione cataloghi per ferie estive, qualche mia partita in internet con Heart. A cena si va fuori, trattoria dove si mangia bene e si spende poco. Poi a nanna. Ma i nervetti con cipolla disturbano la mia digestione. E così, visto che per tutto il pomeriggio abbiamo parlato di eventuali vacanze negli States, risolvo la notte in una serie di incubi dove dimentico a casa la valigia con i miei indumenti, quando arriviamo a Los Angeles perdo Ilaria e Carmen, quando le ritrovo è troppo tardi e la corriera per San Francisco è già partita, le guardo e mi accorgo che non sono mai andato a ritirare i bagagli all’aeroporto. Stamattina mi sveglio. Mi rendo conto che ieri, per la prima volta dopo vent’anni, non ho visto un solo secondo del concerto per il 1° maggio da Roma. Ilaria, dopo poco, mi scatta una foto in giardino. Sono perfetto per interpretare un indigeno nel film Un tranquillo week end di paura.

postato da RobertoTossani, 09:48 | link | commenti (10) | vita quotidiana
martedì, 29 aprile 2008
Roma, MMVIII - MMXLII
Farò come il bradipo.
Vivrò la mia vita su un unico albero coprendomi di minuscole alghe.
Farò come il loris gracile.
Aggrappato al dito di qualcuno per offrirgli il mio portasfortuna.
Farò come il dugongo.
Elefante marino erbivoro scambiato per una sirena e a rischio di estinzione.
Farò come il tapiro.
Timido e stracolmo di ogni odore che arrota la erre come richiamo.
Sarà prima un brusio, poi una risata cristallina sopra ogni rumore.
Quindi le grida, lo scroscio d’applausi, l’entusiasmo: la vittoria.
Saremo in strada a ballare e cantare.
Le tette delle donne e i culi dei maschi allargheranno il cuore.
Vedremo qualcosa che non c’è ancora e che arriverà, ci baceremo felici.
Sarà la liberazione, sarò il pesce blob che lascia gli abissi marini e diventa aquila.
Sarà meglio di quello che è oggi.
Sarò l'alpaca e nei miei tre stomaci infilerò tutte le delizie di una cena incantata.
Non ci prenderanno.
Non ci estingueranno.
Faremo finta di dargliela vinta.
Farò il vecchio (porco) saggio.
Non sanno ciò che li aspetta.
Non sanno a che cosa vanno incontro.
Saremo piranha travestiti da pesci rossi.
Sarò un sorriso che sbrana la loro arrogante ignoranza.
postato da RobertoTossani, 09:30 | link | commenti (11) | flessioni e riflessioni
mercoledì, 23 aprile 2008
Valdobbiadene, 28 settembre 1978
Riporto qui la prima frase del mio diario privato.
Avevo 17 anni, 11 mesi e 15 giorni.
Credo sia evidente che la mia storia non potesse andare in altro modo.

Baci.
Nel coito violento della vita ho perso anche l’ultimo orgasmo.
postato da RobertoTossani, 09:55 | link | commenti (15) | formazione continua
martedì, 22 aprile 2008
Un post troppo lungo e totalmente autoreferenziale
Sono passati ormai due anni dalla pubblicazione di I sassi vanno matti per le sasse, piccolo romanzo da comodino. L’uscita ufficiale risale alla Fiera del Libro 2006 di Torino (qui la descrizione di allora).
Da parecchi mesi amici e conoscenti mi pongono sempre e giustamente la medesima domanda: “Stai scrivendo qualcosa di nuovo?”. E la mia risposta è sempre la stessa: “Sto raccogliendo materiale, sì, adesso vediamo”.
Il punto è che la raccolta di materiale ha assunto una mole mastodontica perché è cominciata già nel 2004. La prima stesura dei Sassi, infatti, risale al 1998-99. Poi è venuta la scrittura del mio terzo romanzo tra il 2000 e il 2002 (il primo romanzo è datato 1994-1997). Quindi una seconda stesura dei Sassi nel 2003 (insomma: il romanzo che è stato pubblicato è una terza stesura ulteriore).
Io non ho una raccolta di materiale: io ho tanta di quella scrittura accumulata che potrebbe ispirare un libro di 800 pagine.
Solo che fino a ieri niente. Non esisteva alcunché. Forme informi fameliche e buffe, parole sparlate riscritte e immobili. Un disastro.
Domenica mattina mi sono svegliato alle 6 e aprendo gli occhi ho pensato: “E’ finita”. Lo so, sono melodrammatico e patetico quanto la Sesta sinfonia di Tchaikovsky. Però domenica mattina mi sono alzato dal letto e stavo male. Aspettando che Ilaria e Carmen si svegliassero ho cercato di fare tutti i lavoretti di casa che potevo fare pur di non pensare che era finita.
E quando alle 9 si sono alzate io ho sorriso, le ho guardate e poi ho pensato: “Ok, molliamo tutto, qui è davvero finita”.
Che si debba passare attraverso il fondo del fondo, quello che è più profondo della profondità del fondo profondo, va bene: si sa.
E così questa notte, mentre stavo per prendere sonno, è suonato il campanello. Quel campanello l’ho conosco: nella mia vita è suonato soltanto tre volte, una per ogni romanzo che ho scritto. Ho goduto, paciosamente.
All’improvviso avevo quasi tutto chiaro in mente: la motivazione, il perché volevo scrivere, cosa volevo scrivere, qual era il mio mondo nel mondo, la bozza della storia, i personaggi. Però era un campanello diverso dagli altri tre, era un campanello con un MA |